Nel corso della nostra vita siamo accompagnati da alcune esperienze fondamentali che ci consentono di conoscere cosa noi siamo e cosa sono gli altri; e fra queste esperienze come non ripensare alla tristezza, alla sofferenza, alla felicità, alla solitudine, alla tenerezza, al desiderio di comunità e di destino, alla speranza, alla malattia e alla morte volontaria, e ai modi con cui entrare in comunicazione con ciascuna di queste esperienze? Ma cosa è questa parola ambivalente, «comunicazione», che entra in gioco in ogni forma di discorso e di vita?
Comunicare vuol dire rendere comune: comunicare è dialogo, relazione. Significa entrare in connessione con la nostra interiorità e con quella degli altri, nella convinzione che comunicazione sia sinonimo di cura. Noi entriamo in relazione con gli altri, allora, in modo tanto più intenso e terapeutico quanta più passione è in noi, quante più emozioni siamo in grado di provare e di vivere.
Le parole non sono di questo mondo, sono un mondo a se stante, ma sono anche creature viventi, e di questo non sempre siamo consapevoli nelle nostre giornate divorate dalla fretta e dalla distrazione, dalla noncuranza e dalla indifferenza, giornate che ci portano a considerare le parole solo come strumenti, come modi aridi e interscambiabili di comunicare i nostri pensieri. Ma le parole che ci salvano non sono facili da rintracciare; e faticoso e febbrile è il lavoro necessario nel trovare parole che facciano del bene. Ma, come trovare, e come rivivere, le parole che salvano, e creano relazione? La salvezza non può venire se non dall’ascolto, dall’ascolto del dicibile e dell’indicibile, che ci dovrebbe accompagnare in ogni momento della giornata, e in ogni situazione della vita.
La prodigiosa avanzata delle tecnologie consente di giungere alla conoscenza delle malattie, in particolare quelle somatiche, e di giungere alla diagnosi e alla indicazione delle cure, con una rapidità inimmaginabile nel passato; ma questo avviene, o rischia di avvenire, senza tenere presente la persona malata, le sue risonanze psicologiche e umane al dolore, e alla malattia, che sono cosí importanti nella evoluzione clinica, e nella cura. Ma come non ribadire ancora la significazione umana, e in fondo terapeutica, delle parole e dei gesti con cui ci incontriamo con chi sta male?
Se le parole non nascono dal cuore, se non sono leggere e profonde, gentili e assorte, fragili e sincere, fanno del male, e fanno del male i gesti che non sanno testimoniare attenzione e partecipazione.
Eugenio Borgna – “Parlarsi. La comunicazione perduta”