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La Mente in Equilibrio
Cos’è una mente in equilibrio?
La parola equilibrio ci riconduce all’idea di una bilancia sui cui piatti sono posti pesi uguali, in modo che i suoi bracci si trovino in posizione perfettamente orizzontale. Equilibrio è sinonimo di stabilità, equanimità, ponderazione, imparzialità, obiettività.
Sappiamo che l’esperienza umana si svolge in un turbinìo di forze, fisiche e non fisiche. L’equilibrio non è l’arresto, la morte di questo turbinìo. È lo stato di ciò che, subendo queste forze, non subisce mutamenti; il senso di chi, subendo queste forze, resta padrone di sé.
Fatta questa premessa, come la psicologia buddhista può sostenerci nell’avviarci, e nel progredire, verso una mente in equilibrio?
L’equilibrio, innanzitutto, ci rimanda a un’idea di flessibilità, piuttosto che di rigidità e fissità. Lo stato di equilibrio in una bilancia non è pietrificato, ma in un processo dinamico: togliendo o aggiungendo pesi da un lato o dall’altro l’equilibrio può essere perso, o conseguito.
Seneca scriveva: “Tu non vai qua e là, né ti agiti cambiando continuamente luogo. Quest’irrequietezza è propria di uno spirito malato; e io considero come primo indizio di un animo equilibrato il sapere restar fermo e raccolto in sé stesso.”
Partendo dall’irrequietezza, la meditazione e lo yoga ci insegnano a conoscerla, a riconoscere in che forma si manifesta. L’irrequietezza la possiamo percepire nel corpo, come tendenza a muoversi continuamente, ad essere continuamente nel fare, a non lasciare spazi vuoti. Abbiamo parlato molte volte dell’avversione/ostilità, il non volere qualcosa, il respingere qualcosa, e dell’attaccamento/bramosia, cioè il voler trattenere qualcosa. Sia l’avversione che l’attaccamento sono all’origine dell’irrequietezza, che si manifesta appunto come tendenza al non rimanere in quello che c’è, ma piuttosto nell’agitarsi nel tentativo di raggiungere qualcosa perché avvertiamo un vuoto, o di espellere qualcosa perché ci dà disagio. Ordunque: non c’è nulla di sbagliato nel cercare di raggiungere, o allontanare, qualcosa, questo fa parte della nostra natura umana, tendenza che condividiamo anche con gli animali. Il problema sorge quando, alla base di questo movimento, c’è l’inconsapevolezza, ovvero il non riconoscere i meccanismi sottostanti a tale comportamento. La visione profonda della meditazione Vipassana si riferisce al vedere le cose così come sono. Dukkha e Anicca: le due caratteristiche di tutto ciò che esiste (la terza di cui parleremo in altra sede è Anatta). Dukkha è la sofferenza. Se abbiamo sviluppato la saggezza della visione profonda, avremo progressivamente interiorizzato che ogni la sofferenza, il dolore, la pena, la mancanza, sono intrinsecamente parte dell’esistenza. Aver maturato profondamente la realtà di Dukkha, ci porterà ad agitarci d meno, perché avremo compreso che molte delle nostre attività non nascono da una motivazione autentica, ma sono reattive alla sofferenza: voglio questo, o respingo quest’altro. L’irrequietezza rappresenta un tentativo inconsapevole di sfuggire, inutilmente, a Dukkha. Ecco perché, addestrandoci a stare in quello che c’è, saremo meno irrequieti, e meno spaventati da Dukkha, ovvero meno inclini ad agitarci nel tentativo di evitarla.
“La vita è una serie di cambiamenti naturali e spontanei. Non opporre loro resistenza; questo crea solo dolore. Lascia che la realtà sia la realtà. Lascia che le cose fluiscano naturalmente in avanti come sono.” (Lao Tzu)