Fare spazio, premessa dell’accogliere

Accogliere non è accettare. E accettare non è accogliere. Nell’accettare, è implicito l’atto del ricevere, ma nulla si coglie della disposizione interna di colui che riceve. L’accettare non implica necessariamente che ci sia spazio in colui che accetta. Riceve con gioia? Si adatta suo malgrado? Subisce qualcosa senza integrarlo? Accettare solleva quindi un’ambiguità di fondo, rispetto allo stato interno di colui che accetta, e nulla ci viene detto in merito al suo processo di trasformazione:  corporea, mentale, ed emozionale. Accettare può rappresentare un atto di immensa spiritualità, o, viceversa, di grande debolezza. Soffermandoci sull’accogliere, immediatamente cogliamo atmosfere differenti: quando accetto, sembro piegarmi; quando accolgo, inevitabilmente mi allargo. L’accogliere evoca un’intimità di fondo, e un allargamento dello spazio. Accolgo il respiro: il respiro non si accetta, si può solo accogliere. Si possono accogliere i pensieri, che vanno e vengono durante la pratica, senza fermarli, nè respingerli. Durante la meditazione, nella morbidezza dell’accogliere, lascio che il processo della consapevolezza si attui, di istante in istante, nutrendolo con attenzione diffusa e allargata, e con una presenza fatta di spazio. L’accogliere si attua nello spazio, e lo spazio ne è la logica premessa. Per accogliere qualcuno nella mia casa, un amico, un cane, un viandante sconosciuto, devo fare spazio: per la sedia, per il bicchiere, per la cuccia. L’accogliere un’emozione, richiede un disarmo, e per disarmarmi devo smettere di ingombrarmi. Accogliere, accogliere autenticamente, i respiri, le emozioni, i pensieri, i cani, richiede una morbidezza spaziosa, fatta di fiducia e abbandono.

Fare spazio, quindi, premessa dell’accogliere.

 

guarda il mio video: 

https://youtu.be/AmU_vdvEzn0?si=Fr0lAVf0Kwm0QwvI 

 

Photo: Duy Huynh