Stare nel Cambiamento

Lao Tzu:

“La vita è una serie di cambiamenti naturali e spontanei. Non opporre loro resistenza; questo crea solo dolore. Lascia che la realtà sia la realtà. Lascia che le cose fluiscano naturalmente in avanti come sono.”

Per il Buddhismo, Anicca è una delle tre caratteristiche dell’esistenza: l’impermanenza. Tutto ciò che esiste è soggetto al cambiamento, ovvero all’impermanenza. La comprensione intuitiva dell’impermanenza ci sostiene nell’essere meno testardi nel cercare di trattenere ciò che vogliamo che rimanga con noi, e meno ostinati nel respingere ciò che non ci piace. Inutile aggrapparsi a ciò che è destinato a estinguersi, e superfluo spendere troppe energie nel respingere ciò che è per sua natura soggetto a impermanenza, quindi a estinguersi. Ancora una volta, alla base dell’irrequietezza troviamo una non consapevolezza di Anicca, ci agitiamo nel tentativo di far rimanere le cose, e, come per Dukkha, l’insoddisfazione/sofferenza, aver progressivamente interiorizzato la realtà della sofferenza ridurrà considerevolmente la nostra agitazione, e la nostra reattività, perché avremo la saggezza di comprendere che ogni fenomeno tende spontaneamente ad estinguersi.

Una mente in equilibrio è una mente che riesce a integrare le diverse esperienze, piacevoli, spiacevoli, e neutre. L’equilibrio non è raggiunto una volta per sempre, ma si tratta di continui aggiustamenti, che comportano un rimanere in contatto profondo con se stessi. La  consapevolezza può essere paragonata all’accendersi di una lampadina, che illumina l’ambiente, e l’inconsapevolezza equivale al suo spegnersi. Addestrarsi alla consapevolezza, significa rimanere con la lampadina accesa per più tempo. Sempre la consapevolezza tenderà a spegnersi, ma con l’addestramento torneremo svegli sempre più spesso, e sempre più velocemente.

Lo yoga praticato in senso meditativo,e non ginnico, rappresenta un modo per esercitare la consapevolezza: imparo ad ascoltare il corpo, e ad ascoltarlo in un modo particolare, imparo ad osservarne i processi piacevoli, spiacevoli o neutri. riconoscendo le mie reazioni ad essi. Quando subentra uno stimolo spiacevole avrò una reazione di avversione, ad uno piacevole tenderò ad attaccarmi, e con uno neutro tenderò a distrarmi e a perdermi. Una posizione yoga praticata in questo modo diventa quindi, dal punto di vista del Buddhismo, una contemplazione del corpo, un modo cioè in cui posso diventare consapevole del corpo. Allo stesso modo, funziona per i pensieri: ci sono quelli che generano avversione, quelli che generano attaccamento, o quelli che caratterizzati da neutralità (non gradevole/non sgradevole) diventano reti in cui rimaniamo impigliati senza neanche accorgercene, e in cui è come si ci addormentiamo. L’aggancio al corpo, in genere, depotenzia i pensieri, ed ecco perché durante la pratica,  ci accade di pensare meno. Non si tratta di una pratica fisica fine a se stessa, sappiamo quante cose possiamo fare fisicamente, ed essere nel contempo persi nei nostri pensieri, e nel nostro bla bla mentale. La pratica corporea sarà particolarmente efficace nello spegnere l’attività mentale proliferativa quando è sostenuta dalla consapevolezza, cioè dallo stare presenti, e dal ritornare ogni volta che ci accorgiamo che ci siamo persi.

Concludo con due pensieri di Thich Nhat Hanh:

“Noi siamo i nostri pensieri, ma allo stesso tempo siamo ben più dei soli nostri pensieri. Siamo anche i nostri sentimenti, le nostre percezioni, la nostra saggezza, felicità e amore. Quando sappiamo di essere più dei nostri pensieri possiamo decidere di non consentire al nostro pensare di assumere il controllo e dominarci.”

“Il silenzio è essenziale. Abbiamo bisogno di silenzio tanto quanto abbiamo bisogno di aria, tanto quanto le piante hanno bisogno di luce. Se la nostra mente è affollata di parole e pensieri, non c’è spazio per noi.”

“Il momento presente è il solo momento di cui disponiamo, è la porta di ogni momento.”