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Psicologia del Camminare
Oggi vorrei riflettere sul camminare, l’atto basilare e consueto dello spostarsi a piedi, un atto che compiamo spesso in modo automatico e non consapevole, ma che tuttavia racchiude in sé significati profondi e vitali.
James Hillman, il noto psicoanalista, così si esprime sul camminare: “Heidegger raccomandava i sentieri nei boschi, per fare filosofia; la scuola di Aristotele era chiamata “peripatetica”: pensare e conversare camminando in su e in giù. I monaci girano nei loro chiostri. Nietzsche diceva che hanno valore solo quei pensieri che vengono camminando. Si va a fare una camminata, per immettere uno stato mentale bloccato, depresso o turbinante, in un ritmo organico, e questo ritmo organico del camminare assume significato simbolico, mentre andiamo mettendo un piede avanti all’altro, sinistro destro, sinistro destro, a un passo ben equilibrato. Andatura. Misura. Fare dei passi. Camminare è un linguaggio che acquieta l’anima, e i dardeggiamenti della mente cominciano a incolonnarsi in una direzione. Camminando siamo nel mondo, ci troviamo in un dato spazio particolare, che il nostro camminarvi dentro trasforma in un luogo, una dimora, un territorio, un dato posto dove stiamo abitando, con un nome. E la mente si trova ad essere contenuta in esso, nel ritmo del camminare. Se non potessimo camminare, dove se ne andrebbe la mente? Forse finirebbe con lo sfrenarsi, o bloccarsi, per essere infine mossa solo dal ritmo dei farmaci: quelli che tirano su, quelli che tengono giù, quelli che rallentano, quelli che accelerano, i calmanti e gli eccitanti. Allora, una città che non offra da camminare non è forse una città incapace di offrire alla mente una dimora? Forse ci stiamo conducendo – letteralmente conducendo sulle nostre auto – verso la pazzia, con il nostro disattendere il fondamentale bisogno umano di camminare… Nell’Illuminismo settecentesco, in Europa si camminava molto, specialmente entro e intorno ai giardini. E l’arte di creare giardini toccò un apogeo. Da quei giardinieri possiamo imparare qualcosa.. Nell’arte dei giardini era considerato essenziale che tanto l’occhio quanto il piede fossero soddisfatti: l’occhio per vedere, il piede per muoversi attraverso; l’occhio per abbracciare il complesso e conoscerlo, il piede per intrattenervisi e farne esperienza. Parimenti essenziale, era che l’occhio e il piede non seguissero lo stesso percorso. Scrive il poeta William Shenstone che quando un edificio o un altro oggetto sia stato visto una volta, il piede non dovrebbe mai accostarvisi lungo il medesimo itinerario già percorso dall’occhio. Shenstone scrive: “Bisogna perdere di vista l’oggetto e avvicinarsi obliquamente… Il progetto peggiore è quello che crea un viale diritto dove il piede è costretto a percorrere quel che l’occhio ha già percorso, a muoversi continuamente in avanti, senza che al nostro cambiar di posto corrisponda un mutamento di scena…”.
Sempre Hillman, riflette sul fatto che camminare nelle nostre città moderne (citando ancora le sue parole): “Non è nient’altro che un modo… di portarci vicino a quanto l’occhio ha già veduto. Il piede è schiavo dell’occhio, il che rende noioso camminare, riducendo il camminare al mero fatto di coprire una distanza. Quando invece è possibile mantenere la tensione tra piede e occhio, si intraprende un approccio più circolare, più indiretto. Il piede conduce l’occhio, l’occhio istruisce il piede, alternativamente. E in questo modo il camminare assume il movimento dell’anima, perché il moto dell’anima, come Plotino ha detto, non è diretto”.
La mia riflessione da psicologa, e da praticante e insegnante di meditazione, interpreta il camminare come atto creativo, non necessariamente orientato al raggiungere o all’ottenere qualcosa. Lasciamo spazio, nelle nostre vite sempre più frenetiche e lineari, ad un camminare che ci sorprenda, nelle linee, nei percorsi, nei tragitti che i nostri piedi percorrono. Possiamo concederci del tempo per lasciare fluire i pensieri, passo dopo passo. Possiamo concederci del tempo per perdere tempo, e nel perdere tempo scoprire che la nostra mente, sovente troppo inscatolata da impegni progetti e attività, si rigenera e ritrova freschezza e luminosità. Possiamo concederci del tempo per donarci la meraviglia dell’inaspettato, di ciò che non avevamo previsto: farci rapire dalle atmosfere del paesaggio, da un’insolita luce, cogliere i cambiamenti nella natura, rimanere sensibili ai suoni e agli odori che stimolano i nostri sensi e aprono la nostra immaginazione.
Una passeggiata, infine, può trasformarsi anche in una contemplazione, e in un atto meditativo, come il monaco buddhista Tich Nhat Hanh ha scritto: “Camminare è un modo magnifico di sgombrare la mente senza tentare di sgombrarla. Non dici: «Ora sto per praticare la meditazione!» o «Ora mi accingo a non pensare!». Ti limiti a camminare e, mentre ti concentri sul camminare, gioia e consapevolezza arrivano naturalmente.”