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L’esperienza del Non So
L’esperienza del non so.
Richiede il rilasciare le proprie opinioni. L’abbandonare le proprie preferenze. Non so come andrà a finire. Non so cosa succederà.
Lo scopro con freschezza, e in questa scoperta ciò che mi si rivela è sempre nuovo. E’ un momento coraggioso. Tutto è aperto in noi. Non ci sono protezioni possibili.
Questo è essere presenti. La comprensione mentale è semplice, ma riduttiva. Il mettere in pratica questo “essere presenti” è più complesso, e richiede la partecipazione di tutto l’essere: il corpo, la le sensazioni, le emozioni, le intuizioni.
Essere presenti è fare corpo con quello che c’è.
Constatiamo che viviamo costantemente nella separazione, in quello che chiamiamo “io-mio”, che ci porta costantemente ad assumere una posizione verso l’oggetto con cui in quel momento siamo in relazione.
Ci può essere aderenza, oppure non aderenza, oppure indifferenza. In ciascuno di questi casi noi guardiamo la realtà condizionati dal nostro punto di vista. Le dinamiche del mentale, e le reazioni del mentale a questo pensare, assorbono tutte le nostre energie, ed attivano la nostra reattività. Poiché per guardare abbiamo bisogno di vedere, quando constatiamo e ci accorgiamo che siamo separativi, stiamo già cambiando lo sguardo, ci poniamo al di fuori dello sguardo condizionato dai tre movimenti dell’aderire/non aderire/indifferenza. Nel cambio di sguardo risiede la trasformazione. Ecco perché, nel momento in cui constato la mia separatività, la sto già trasformando in qualcos’altro.
Permettersi di sentire quello che sentiamo, di vedere ciò che vediamo, perdendo l’abitudine di bloccare le cose quando non sono come le vogliamo. Ascoltiamo e riconosciamo la nostra reattività, la nostra tendenza a reagire, riconosciamo la nostra innata tendenza a rifiutare, a bloccare, a controllare. In questo rifiutare, non incontriamo la realtà così come si presenta. Osservare questo rifiuto, e osservare cosa produce questo rifiuto dentro di noi.
E’ proprio questo rifiuto che ci crea sofferenza, perché blocchiamo e freniamo, anziché fluire.
Tutto ciò che cerchiamo è già presente.
Ci viene richiesto un atto di presenza: il constatare la nostra tendenza a creare aspettative e speranze, anziché calarci e radicarci in ciò che si manifesta pienamente nell’istante. Donarsi alla verità dell’istante puro. Lasciarsi sorprendere. Allenarsi a un contatto molto concreto e molto diretto, meno pensato.
Prendiamoci il tempo, quotidianamente, di ascoltare. Di ri-posare nel silenzio. Osserviamo la nostra agitazione, irrequietezza, turbamento. Respiriamo in quello che si presenta, abbandonando la pretesa che sia diverso. Respiriamo in ciò che ci abita senza il bisogno di trovare una soluzione. Constatiamo che l’agitazione si calma, non appena smettiamo di volere altro da quello che c’è.