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Il Non Scopo dello Yoga
“Se nello yoga si cerca una finalità, questa non può che arrivare da una memoria, da qualcosa di già noto. E’ quando non vi è alcuno scopo, che la vita, le arti, diventano rituali. Non appena c’è un obiettivo, è già un’attività profana. Se la “non-finalità” è compresa, anche se tecnicamente mediocre, l’attività diviene sacra, ispirante. Una postura può essere di ispirazione, anche se è tecnicamente sbagliata. Se chi la esegue è completamente lì, nella presenza, senza alcun divenire, senza alcuna intenzione, è una ispirazione. La posa diventa sacra.”
Queste le parole di Eric Baret, nella tradizione dello Yoga tantrico Kashmiro, e il mio commento sottostante.
Personalmente, ciò che sento realmente importante, mentre seguo il flusso delle posture (asana) all’interno di una sequenza, e quando trasmetto la sequenza ai miei allievi, è “dimenticare” le pose stesse, e la memoria che ne ho. L’incontro verso il quale mi predispongo è un incontro sensoriale, e di scoperta reciproca. Io scopro la posa, e la posa scopre me. Reciproco disvelamento. Della posa, nel -mio- percorrerla, non esiste tecnica, esecuzione corretta, effetto. Non aspettarsi nulla è l’aspettativa radicale che riposa nelle forme che il corpo assume. Perdersi continuamente affinchè l’istante sia sempre germoglio. In questa interpretazione dello Yoga, non possiamo avere sequenze prefissate, un prima e un dopo, una posa e una controposa. Tutto nasce e muore nell’istante. Non avere memoria, o meglio, la dissoluzione della memoria, è il “non scopo” dello Yoga.