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Il Cambiamento
Il cambiamento può fare paura, perché ci porta a confrontarci con situazioni nuove, e con aspetti della realtà esterna e di noi stessi che non conosciamo. Molte persone temono di abbandonare la propria sicurezza per andare incontro a ciò che non conoscono, rassegnandosi tuttavia a vivere una vita per la quale non provano più soddisfazione, perché non si sentono in grado di affrontare le incognite che il cambiamento necessariamente porta con sé.
Come lo psicologo William James scrive: “Per tutti i cambiamenti importanti dobbiamo intraprendere un salto nel buio.”
Tuttavia, non tutti reagiamo allo stesso modo di fronte al cambiamento. Un antico proverbio cinese cita: “Quando soffia il vento del cambiamento alcuni costruiscono dei ripari, altri costruiscono dei mulini a vento.” Il che equivale a dire che, di fronte al cambiamento, c’è chi si difende evitandolo, e chi, invece, lo affronta cogliendone tutte le potenzialità, e spiegando le vele al vento.
Ma quali sono le motivazioni all’origine della paura del cambiamento? Innanzitutto, il cambiamento significa affrontare l’ignoto, ovvero qualcosa che non si conosce, e dalle conseguenze potenzialmente imprevedibili. Dietro alla paura del cambiamento, quindi, troviamo la paura di perdere il controllo delle situazioni, e, in parte, anche la paura di perdere pezzi di noi stessi. Infatti, Anatole France afferma che: “Ogni cambiamento, anche agognatissimo, ha le sue malinconie, perché quel che si lascia è una parte di noi: bisogna morire a una vita per entrare in un’altra.” Cambiare, quindi, è anche un po’ lasciar morire parti di noi, per lasciar entrare il nuovo. Eppure, per lasciar entrare il nuovo, occorre saper “lasciare andare”, “smettere di trattenere”, affrontare la paura della separazione: la perdita di una situazione, di un’abitudine, di una relazione, a cui invece, per paura, rimaniamo attaccati come si rimane appesi a un salvagente per la nostra sopravvivenza.
Il Buddha parla dell’Impermanenza come di una delle tre caratteristiche dell’esistenza. Nulla rimane immutabile, e tutto è soggetto a trasformazione, ogni fenomeno sorge, si trasforma, e si estingue per sua stessa natura.
Analogamente, Gurdjjeff afferma: “Il più grande errore è credere che l’uomo abbia un’unità permanente. Un uomo non è mai uno. Continuamente egli cambia. Raramente rimane identico, anche per una sola mezz’ora.”
Camus ci ricorda che: “Girando sempre su se stessi, vedendo e facendo sempre le stesse cose, si perde l’abitudine e la possibilità di esercitare la propria intelligenza. Lentamente tutto si chiude, si indurisce e si atrofizza come un muscolo.”
Ciò che ci impedisce di andare incontro al nuovo può essere una scarsa autostima, una non abitudine ad accogliere le trasformazioni che la vita ci propone, una tendenza all’autoprotezione, che possono avere origini anche molto lontane: la nostra infanzia, il modo in cui siamo stati cresciuti, la nostra storia, l’ambiente in cui abbiamo vissuto, la nostra costituzione fisica, il carattere che, in parte, abbiamo ereditato anche geneticamente. Tuttavia, le neuroscienze hanno dimostrato che il cervello, anche quello adulto, è soggetto a plasticità neurale, e questo significa che in determinate condizioni, opportunamente stimolato, ha la possibilità di andare incontro a modifiche molto rilevanti.
Come possiamo quindi intraprendere un lavoro su noi stessi, per trasformare proprio quelle premesse che ci hanno condizionato al non cambiamento nella nostra vita? Innanzitutto prendendo coscienza del fatto che non stiamo vivendo appieno la nostra vita, che stiamo forse vivendo la vita degli altri, ma non la nostra. Che stiamo rinunciando ai nostri sogni, e che ciò equivale a rassegnarci e adattarci in modo passivo, con la conseguenza del nostro spegnerci e perdere vitalità, e il sentirci insoddisfatti, stanchi, annoiati, magari depressi.
Acquisita, finalmente, consapevolezza di ciò, è il momento di buttare il primo seme del cambiamento, che può essere, appunto, intraprendere una psicoterapia. Attraverso la psicoterapia si può fare esperienza profonda di ascolto delle nostre emozioni, delle fragilità ed insicurezze che ci portiamo dentro, senza tuttavia respingerle nè giudicarle, ma accogliendole come parti di noi che meritano attenzione, cura e protezione.
Grazie alla psicoterapia è possibile pervenire progressivamente a una maggior fiducia in se stessi e nelle proprie capacità e risorse, e cominciare a muovere i primi passi verso il cambiamento, introducendo gradualmente elementi di novità nella propria vita, con i nostri tempi e con la nostra forza, che, in ogni caso, aumenterà, come aumenta un muscolo quando viene allenato.
Vorrei concludere con le parole dello psichiatra Vittorino Andreoli:
“La fragilità è un valore umano. Non sono affatto le dimostrazioni di forza a farci crescere, ma le nostre mille fragilità: tracce sincere della nostra umanità, che di volta in volta ci aiutano nell’affrontare le difficoltà, nel rispondere alle esigenze degli altri con partecipazione. La fragilità è come uno scudo che ci difende dalle calamità, quello che di solito consideriamo un difetto è invece la virtuosa attitudine che ci consente di stabilire un rapporto di empatia con chi ci è vicino. Il fragile è l’uomo per eccellenza, perché considera gli altri suoi pari e non potenziali vittime, perché laddove la forza impone, respinge e reprime, la fragilità accoglie, incoraggia e comprende”